La paura del cambiamento, il principale ostacolo alla nostra realizzazione 

il dodo, l'uccello che perse le ali

L’uccello che perse l’uso delle ali

Il Dodo è un uccello attualmente estinto, che diversi secoli fa viveva nell’accogliente isola di Mauritius, nell’Oceano Indiano sud-occidentale.

La sua esistenza era comoda e priva di sfide: il cibo era raggiungibile senza alcuna fatica e sull’isola non c’erano predatori.

Così trascorreva le sue giornate prevalentemente a terra, e con la sua andatura dondolante si aggirava nei boschi costieri nutrendosi di frutta, semi, radici.

Per questo, non dovendo lottare per la sopravvivenza, nel corso dell’evoluzione le sue ali erano diventate troppo piccole e deboli e aveva perso la capacità di volare.

La sua principale preoccupazione era rimpinzarsi di frutti maturi alla fine della stagione delle piogge, per affrontare con la giusta energia i successivi mesi di siccità, durante i quali il cibo avrebbe scarseggiato.

Ma quando arrivarono i colonizzatori europei, l’isola si riempì di cacciatori che apprezzavano la sua carne, e animali mai visti prima che divoravano le sue uova e i suoi piccoli. 

E siccome non aveva più le ali, l’unico strumento che lo avrebbe potuto salvare, non riuscì a difendersi e in poco tempo si estinse.

Quando anche noi rinunciamo a volare

Anche noi, a volte, dimentichiamo di avere le ali.

Succede tutte le volte che decidiamo di rimanere fermi in una situazione che, anche se non è utile alla nostra evoluzione, non ci richiede alcuno sforzo per essere portata avanti.

In alcuni casi, siamo anche disposti a sopportare un certo disagio perché la familiarità di ciò che già conosciamo prevale sull’incertezza del cambiamento.

È la nostra «zona di comfort»: quella gabbia dalle sbarre invisibili che ci imprigiona alle nostre abitudini fisiche, di pensiero ed emotive.

Per esempio, quando conduciamo uno stile di vita poco salutare fino ad adattare i nostri ritmi ad una mancanza cronica di energia e vitalità.

Oppure, quando accettiamo di restare vincolati a ruoli lavorativi che non ci rappresentano più, e non riusciamo ad assumerci la responsabilità di un cambiamento.

O anche quando manteniamo relazioni personali fondate su legami ormai spenti, senza fare nulla per ravvivarli o interromperli.

E il motivo principale che ci fa rinunciare alle nostre ali, bloccandoci in queste situazioni che ci rubano energia, direzione e soddisfazione, è la paura.

Paura di abbandonare il certo per l’incerto, di non essere all’altezza delle nuove sfide, di fallire nel tentativo di migliorare la nostra vita.

Questi pensieri sono un freno potentissimo che ogni giorno tiriamo sempre più forte, convincendoci che restare a terra sia più sicuro che tentare di volare.

Un esercizio per comprendere se siamo sulla strada giusta

Immaginiamo dove saremo, cosa staremo facendo e come ci sentiremo tra tre o quattro anni, se non cambieremo nulla della nostra situazione attuale.

Avremo soddisfatto le nostre aspettative, rispettato i nostri valori, raggiunto i nostri obiettivi più importanti?

Se la risposta è «no», sappiamo che la nostra resistenza di oggi, anche se comprensibile e fisiologica in ogni cambiamento, ci sta portando ad una stagnazione vera, che ci impoverirà sempre più.

Allora questo è il momento giusto per rompere l’inerzia e dimostrare, prima di tutto a noi stessi, che siamo capaci di riprendere in mano la nostra vita.

Affrontare il cambiamento è una capacità che si allena iniziando con piccoli passi: prendere una decisione che rimandiamo da tempo, chiedere un confronto che abbiamo sempre evitato, provare qualcosa che ci spaventa.

Immagine di copertina: BazzaDaRambler, Skeleton cast and model of dodo at the Oxford University Museum of Natural History, licenza CC BY 4.0


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